Venezia, Palazzo Franchetti dal 17/12/2011 al 1/4/2012
mostra colophon
Il risultato finale era una fotografia lucida e dettagliata, dalle calde tonalità di marroni e ocra che, col tempo, è invalsa l’abitudine di chiamare genericamente «color seppia».
Nel decennio compreso fra il 1870 e il 1880, dai semplici album con le copertine telate o rivestite di seta, si passò a splendidi raccoglitori, chiamati orihon, con coperte di legno laccato con intarsi d’oro, d’avorio, di corno e di madreperla: veri e propri oggetti da collezione realizzati dai migliori maestri dell’arte della lacca (maki-e).
Tali opere erano realizzate secondo uno schema iconografico standard. Le coperte frontali presentavano uno sfondo delineato per essenziali suggerimenti visivi e, in primo piano, una scena che si rifaceva ai soggetti tipici delle fotografie e a episodi di carattere mitologico, con un certo gusto della parodia; le quarte erano invece caratterizzate da campiture uniformi, sulle quali erano distribuite figure di fiori e di insetti, secondo un’ideale struttura geometrica e ideografica che riprendeva la maniera della tradizionale decorazione pittorica dei paraventi (byōbu).
LA COLORITURA
Il tratto più evidente delle fotografie all’albumina del Giappone è la coloritura delle carte. L’idea fu importata a Yokohama nel 1863 dal fotografo corfiota Felice Beato che trovò così un modo eccellente d’impiegare un gran numero di artisti giapponesi che si erano dedicati in passato alla pittura, alle stampe xilografiche policrome e alla coloritura dei tessuti (katagami). Si trattava di manodopera altamente specializzata che il processo di modernizzazione in atto privava delle tradizionali commesse e che il surplus di profitto, realizzato con la vendita delle fotografie agli occidentali, permetteva agli impresari di assoldare senza grandi problemi. Analogamente ai materiali fotografici, anche i colori dovevano essere preparati minuziosamente, a partire da pigmenti in polvere, di varia granulazione, di numerose sostanze vegetali, animali e minerali. Seguivano passaggi al mortaio (yagen) e l’addizione di piccole quantità di colla animale (nikawa) e altri leganti.
La resa e la qualità delle tinte richiedeva che i colori fossero preparati ogni giorno, in ambienti con temperature e umidità adeguate e costanti. Tale lavoro richiedeva particolare cautela, perché alcune sostanze erano tossiche. Pittori e pittrici lavoravano appoggiati sulle ginocchia o con le gambe sotto un tavolo basso. Gli strumenti erano in gran parte quelli della tradizione pittorica e calligrafica. I pennelli (fude) erano di grande qualità e varietà. La loro sottigliezza, e di conseguenza la finezza raggiunta dalla coloritura, è incredibile, al punto che uno sconosciuto artista colorò una foto di Kusakabe Kimbei, con un pennello a un pelo, per i dettagli degli occhi e delle labbra di ciascuno dei duecento bonzi che vi erano raffigurati.